Ti prego, fai che ci sia la nebbia…

18 novembre 2016 | Di | Rispondi Di più
Già...

Già…

Fine della cattività – Due settimane di insopportabile azzurro e, finalmente, si torna a parlare di campionato. Non me ne vogliano i molti che, anche tra noi, si interessano della cose relative alla nazionale. Io non ce la faccio, è più forte di me. Il mio interesse per le avventure tricolori è sempre stato nullo o blando quando non si è trasformato in antipatia per le, più o meno recenti, versioni con la gobba pronunciata. Unica, vistosa, eccezione fu la parentesi sacchiana ma non sono affatto pentito perché l’omino di Fusignano io lo avrei seguito in capo al mondo. Due settimane, dicevamo, rese ancora più opprimenti dall’avvicinamento al derby.

Tepore – Quando ero bambino nell’armadio della sala mio padre teneva sempre un vaso di amarene sciroppate che in qualche modo mia madre era riuscita a trasformare nel premio per quando io e mia sorella ci comportavamo bene. Di solito il sabato sera ci sedevamo sul divano e mangiavamo insieme, tutti in un bicchierino da cognac, quella che per me era una sorta di ambrosia. Un nettare per il corpo ed un balsamo per lo spirito. Prendete una sera “alla milanese” fredda ed umida di quella nebbia che ti penetra nelle ossa e pensi di essere sotto zero ma il termometro segna una decina di gradi. Rumori ovattati e quella luce ingannevole al contempo bassa e diffusa che ti dice di andare a casa perché stasera comanda la “schigera”. In quelle sere entri in casa e il tepore, che a Milano di solito profuma di minestrone e brasato, ti avvolge e ti coccola con la sua familiarità. È tutto già visto, sentito o assaporato ma ogni volta è diverso perché, di volta in volta, cambia il tuo umore. In quelle sere, guardando il riflesso opaco delle luci nella nebbia, vado a prendere le mie amarene sciroppate ma “non più di tre perché poi vi fa male” (visto che ho fatto tesoro di tutto, mamma?). Oppure, se sono fortunato, c’è il derby

Un punto nel mondo –  E’ certo che su questo gnocco minerale in perenne rotazione intorno al sole (cit. Federico Buffa) ci siano altri posti in cui la sfida stracittadina è sentita come il derby di Milano. E’ altrettanto certo che in nessuno di questi posti si giochi una partita simile. Scegliete voi la città e lo sport, non cambia nulla. Quella di Milano è una sfida unica perché contiene in se tutte le caratteristiche delle altre. A tutte le altre manca qualcosa mentre Milano le ha tutte, ognuna al massimo livello. Uno stadio perfetto per giocare a calcio, una storia senza paragoni, fuoriclasse inimitabili, coreografie strepitose. Come per quelle serate da polenta e brasato è tutto già visto, sentito o assaporato ma ogni volta è diverso perché quello che cambia è il tuo umore.

Il battito d’ali di una farfalla – Perfino in questo pallido lustro di Giannino imperante gli unici palpiti del mio essere milanista sono arrivati dal derby. Può il battito di ali di una farfalla in Brasile causare un tornado in Texas? Può un gol di testa di De Jong farmi saltare come una molla dopo anni di apatia? Nel primo caso non saprei, nel secondo si. Sarà stata la “primavera” di Seedorf o il gol insolito di uno che ha rappresentato al meglio quel poco di spirito “casciavit” rimasto in una squadra senza senso ma quella sera ho rovesciato il tavolino per la gioia. Come è il nostro umore alla vigilia della partita dell’anno? La farfalla sembra avere battuto le ali a Pechino. Che non sarà Porta Vigentina o Piazzale Loreto ma pare avere dato il via ad una serie di vibrazioni arrivata, di cuore in cuore, fino alla cinta daziaria. Cosa che, curiosamente, vale anche per quelli là. Finalmente, dopo anni di grigiore, ci avviciniamo ad un derby che ha significati importanti, tensioni vere ed un valore non meramente simbolico. Un derby d’altri tempi.

Da la Scala a La Scala – Ci vediamo domenica sera sul terreno della Scala del calcio con “quelli là”. Vale la pena sentire la tensione per una partita che, probabilmente, non assegnerà lo scudetto? La risposta ce l’ha data l’amico Giuseppe La Scala in questi giorni. Parlando della rivalità con i cugini è riuscito ad avere contemporaneamente torto e ragione.  Ha ragione quando dice che molti giovani sentono di più la rivalità con la Juventus ma ha torto quando parla di rivalità. La rivalità è una cosa che io riservo esclusivamente all’Inter mentre a quelli con la maglia dei carcerati non do certo quella soddisfazione. La partita con la vecchia cleptomane è l’unica che voglio vincere ma che non mi interessa giocare. Mi assegnassero il successo a tavolino per i prossimi cento anni andrebbe bene ma se domattina sparissero per sempre sarebbe ancora meglio perfino se sapessi di avere sempre i tre punti. E’ un’inimicizia malata, qualcosa che non ha nulla a che vedere con lo sport, una sorta di dovere morale. Il derby, no. Lo giocherei sei volte in un anno perché lo voglio vincere con ogni fibra del mio corpo. Trionfare con la gobbaglia mi lascia una sensazione di incompiuto, rimango incazzato anche dopo un trionfo perché li voglio cancellare. Battere l’Inter è gioia selvaggia, un’esperienza totalizzante, il desiderio di sconfiggere qualcuno per il piacere di essergli superiore. Dopo una vittoria con gli scoloriti ho la sensazione di avere fatto il mio dovere, mentre vincere con quelli dell’altra sponda (del Naviglio) mi dà una gioia totale.

anche in questo caso ero lì sotto da qualche parte

anche in questo caso ero lì sotto da qualche parte

#lasettimanadellodio – Ieri chiacchieravo con un fratello di fede su twitter che ha lanciato quell’hashtag. Comprendo, approvo ed apprezzo lo spirito che sta alla base. È quello del fremito che il battito di ali di farfalla partito dalla Cina ci ha causato. E’ una cosa bella e non mi da fastidio nemmeno se arriva sul soffio freddo di un condizionatore. Ma, se posso fare il “precisetti”, preferisco #lasettimanadell’odioedell’amore. Amore per i miei colori, per la mia squadra e per la mia città. Per una partita unica ed irripetibile che senza quelli nati dopo e nati male non ci sarebbe. Sono un male necessario.  E’ probabile che questa cosa io l’abbia già scritta e me ne scuso ma, in settimana pre-derby, spero vorrete avere pazienza visto che gli argomenti si riducono di numero. Semifinale di andata della Champions League 2002-2003, sono in piedi con in mano un telo di plastica e reggo il mio pezzo di coreografia dentro lo stadio più bello del mondo. Lo faccio come fosse lo scudo di un legionario nella testuggine perché di fronte la Nord ha messo in piedi (mannaggia a loro) la “coreo” più bella fatta dalla loro parte dello stadio ed urlo come un ossesso “Milan, Milan, Milan” perché li dobbiamo schiacciare, perché dobbiamo fargli vedere chi comanda, cazzo! Beh, in quel momento mi ricordo di avere pensato che il paradiso doveva per forza essere un posto simile a quello. Del resto di quella partita non ricordo nulla ma l’ingresso delle squadre in campo è un tatuaggio nella mia anima.

Qualche anno dopo la dea bendata ha voluto che mi nascessero due figlie dandomi la possibilità di risistemare la mia scala di valori e ridefinire il mio concetto di paradiso. Però il tatuaggio nell’anima è rimasto e ancora oggi quando fisso la foschia perlacea attraverso il vetro della finestra godendomi le mie tre amarene sciroppate sento l’urlo selvaggio del leone “Milan, Milan, Milan” con l’aria che vibra nello spazio e nel tempo.

Ti prego! Fai che ci sia la nebbia…

Pier

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Categoria: Mondo Milan, Partite, Ricordi rossoneri

Sull'autore ()

La prima volta che sono entrato a San Siro il Milan vinceva il suo decimo scudetto. Ai miei occhi di bambino con la mano nella mano di suo nonno quello era il paradiso. Migliaia di persone in delirio, i colori accesi di una maglia meravigliosa e di un campo verde come gli smeraldi. I miei occhi sulla curva e quello striscione "Fossa dei leoni" che diceva al mondo come noi eravamo diversi dagli altri, leoni in un mondo di pecore. Da allora ogni volta, fosse allo stadio, con la radiolina incollata all'orecchio o davanti alla televisione la magia è stata sempre la stessa.