Piccolo esame di coscienza di un Cincinnato da quattro soldi

21 ottobre 2016 | Di | Rispondi Di più
anche io vorrei solo tornare a tifare Milan

anche io vorrei solo tornare a tifare Milan

La trincea – Qualche giorno fa parlavo con un amico fraterno il quale ad un certo punto ha esclamato: “Pier, sono stanco ti stare in trincea. Voglio solo tornare a tifare Milan!” Effetto: colpo di pistola in cattedrale gotica. Non tanto per l’affermazione in se che è molto più che legittima. Il Giannino ha avuto un effetto devastante sulla tifoseria rossonera non solo sotto il profilo delle faide interne che ha creato ma anche per la disaffezione che ha portato. No, l’affermazione è sacrosanta ma i suoi effetti sono stati per me devastanti perché mi sono venute di colpo in mente le tante frasi analoghe lette sul blog o sui social e quelle sentite per strada con i tifosi “veri”, quelli che incontri per strada o al bar a bere il caffè. Non è solo lui a volere uscire dalla trincea, sono in tanti. Ma il segno più grande lo ha lasciato la domanda che è arrivata in fondo alla catena dei pensieri: “Ed io? Io sono stanco di stare in trincea?”

Cincinnato – Fin da quando ho memoria immagino di difendere il Milan. Da bambino sognavo di indossare la sacra maglia e segnare valanghe di gol per imporre la legge del Diavolo. Quando la realtà ha certificato che, oltre ad un quasi infallibile cross destro, non avevo molto da regalare alla causa da un punto di vista tecnico non mi sono perso d’animo e sono passato a difendere i miei colori sugli spalti di San Siro. Battere le mani, cantare ed incitare la squadra erano il minimo che potessi fare. Nel momento in cui siamo inciampati nel Giannino andare “in trincea” è stata una scelta facile con la promessa che, passata la crisi, me ne sarei tornato a cantare e battere le mani allo stadio. Una versione, in salsa rossonera, del Cincinnato di latina memoria che lascia la propria occupazione di contadino per obbedire al richiamo dell’Urbe che gli chiede di servirla. Anche mettendo a rischio la produttività dei suoi terreni ed il benessere della famiglia e ben sapendo che alla fine del proprio sacrificio tornerà senza onori al mestiere di contadino.

Esame di coscienza – Sono stanco di stare in trincea? Forse si. Anzi, sicuramente si. Anni passati a denunciare, sempre più forte e con sempre maggiore impegno, le storture di un regime che ha distrutto il milanismo hanno lasciato il segno. A volte mi fermo a pensare e mi dico che può bastare così, la mia parte l’ho fatta. Adesso sta per cambiare tutto, adesso posso ritornare a coltivare il mio orticello di applausi al Milan. Però, da milanista, le cose mi piace farle per bene, fino in fondo. Però, se cerco bene, scopro che non sono così stanco di stare in trincea. Però, se cerco bene, non sono stanco perché il Giannino ancora non è scomparso. Perché la dedica a Montolivo dopo il gol di Niang (perché non al primo?) è Giannino puro. Perché Bacca “contrariato” per l’assegnazione dell’autorete a Dainelli (ma, cazzo, hai tirato un esternaccio da calcio amatoriale alla bandierina!) è Giannino puro. Perché l’articolo di ieri del fogliaccio rosa dedicato alla squadra in campo che costa solo 45 milioni (mentre in panchina sverna un ammasso di catorci che ne costa 65!) è Gianninismo oltranzista.

Il colonnello Nathan Jessep – Ho smesso di seguire il cinema con passione da anni. Ma nei primi posti della mia personale “top ten” rimane un film del 1992, Codice d’onore. Tra le moltissime cose degne di nota di questa pellicola, oltre al fatto che Demi Moore è riuscita a rimanere tatuata nella mia mente anche in una castigata divisa bianca da Marines, c’è il memorabile discorso che fa in aula il magistrale Jack Nicholson nel ruolo del Colonnello Jessep: “Voi mi volete in cima a quel muro, io vi servo in cima a quel muro”. Nelle mie serate di ottimismo penso a quella frase e, senza scomodare il ben più nobile esempio del console romano, mi balocco con il pensiero di un me stesso, in versione “maledetto”, che fa quel lavoro sporco che gli altri non vogliono fare. Il tutto, manco a dirlo, a servizio del Milan. Bravo, bella scoperta! Figo come Jack Nicholson che, seduto su una sedia di vimini, si atteggia con Demi Moore (sospiro…) e Tom Cruise. “Io faccio colazione a trecento metri da quattromila cubani addestrati ad uccidermi, quindi non creda di poter venire qui a sventolare un distintivo nella speranza di farmi innervosire.”

Ti piacerebbe, eh???

Ti piacerebbe, eh???

L’altro lato della medaglia – Poi ci sono le sere nere, quelle nelle quali la stanchezza lascia lo spazio al pessimismo oppure, ed è anche peggio, alla realtà. Primo, non sono Jack Nicholson. E questo già complica le cose (faccina che fa l’occhiolino). Secondo, la realtà, quella inconfessabile, è che il segno di dieci anni di Giannino è troppo profondo. Se rovescio il calderone mi rendo conto che il danno è irreparabile. Sono sicuramente un antigianninista, ne vado fiero. Ho sempre pensato che tutto il male, il vuoto e la juventinità di questo orrendo mostriciattolo andassero combattuti non relativamente perché hanno preso il posto del Milan ma in assoluto, perché sono l’opposto di quello che il Milan rappresenta. Sarei antigianninista anche se la Gallianese avesse sostituito l’Inter.

Domande scomode – La domanda che mi faccio ed alla quale non ho mai avuto il coraggio di rispondere però è un’altra: saprei ancora essere milanista? Con un artificio logico abbiamo sostituito il Giannino al Milan trovando così la giustificazione alla nostra palese avversione per quella schifezza che al Milan si è sostituita ma del Milan ha preso maglia, stadio e titoli sportivi. Ma ora, passata la tempesta ed arrivati i nuovi proprietari, mi chiedo se sarei in grado di andare allo stadio a battere le mani e cantare per la squadra che sostituirà (?) il Giannino. Mi chiedo se sono pronto ad essere un milanista 2.0. A due giorni di distanza da una partita contro lo storico nemico del Milan il mio più grande incubo è quello di non essere in grado di provare la tensione del 28 maggio 2003 e di non poter più urlare con quella forza selvaggia ed ancestrale dopo il rigore dell’Usignolo di Kiev. L’ho scritto fino alla noia, e mi scuso per l’ennesima ripetizione. Quando Inzaghi alza quel pallone ci sono ottantamila persone a guidarlo verso la porta. Tomasson la tocca e, mentre intorno a me scoppia il delirio, io guardo, impietrito, il guardalinee. Questi si gira, indica il centrocampo ed io sono sicuro di avere regalato due secondi della mia vita. Non so se ho riso o se ho pianto, urlato oppure saltato. Non so nemmeno se la partita è finita li oppure abbiamo giocato ancora. E non lo voglio sapere. Vorrei invece sapere se, in un ipotetico “Milan – Ajax del 2003” giocato quindici anni dopo sarei in gradi di perdere ancora la testa su un pallonetto di Bacca e tocco di Niang.

E se la risposta fosse: “no”? – Preferisco non saperlo, la risposta mi terrorizza. Allora, vista la mia palese inutilità in un ipotetico Milan futuro, quando muri su cui vigilare non ce ne saranno più, guarderò la primavera rossonera piena di fratelli che finalmente escono dalla trincea e tornano ad gremire le tribune della nostra casa storica ed inneggiare al loro Milan perché io non posso permettermi di correre il rischio che non sia il “mio” Milan. Io me ne vado, ultimo dei giapponesi, a fare la guardia sul ponte che collega il nostro pensiero felice con i “cattivi”.
Tuttavia come ebbe a dire Earvin “Magic” Johnson, non piangete per me perché, in ogni caso, avrei avuto la migliore delle vite sportive possibili: sono stato milanista.

Pier

PS: juve merda

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Categoria: Comunicazione, Mondo Milan

Sull'autore ()

La prima volta che sono entrato a San Siro il Milan vinceva il suo decimo scudetto. Ai miei occhi di bambino con la mano nella mano di suo nonno quello era il paradiso. Migliaia di persone in delirio, i colori accesi di una maglia meravigliosa e di un campo verde come gli smeraldi. I miei occhi sulla curva e quello striscione "Fossa dei leoni" che diceva al mondo come noi eravamo diversi dagli altri, leoni in un mondo di pecore. Da allora ogni volta, fosse allo stadio, con la radiolina incollata all'orecchio o davanti alla televisione la magia è stata sempre la stessa.