Via dal Giannino

5 ottobre 2016 | Di | Rispondi Di più
Limo, che porta vuoi?

Limo, che porta vuoi?

“Limo, che porta vuoi?” – “Io sono cresciuto con il Milan di Ancelotti…”. Quando leggo quel tipo di commenti sul blog vengo colto da grande malinconia. Classe ’70, non sono vecchio e tale nemmeno mi sento. Tuttavia, è un dato di fatto, nella clessidra c’è più sabbia sotto che sopra e di molti di quei granelli in rossonero sento la mancanza. Alcuni sono sbiaditi mentre altri, scherzi di quell’universo interno a noi che è il cervello, sono vivissimi. Sono ricordi comuni ad una generazione che non aveva calcio in televisione e viveva, per la gran parte, la propria passione rossonera con il cuore e la fantasia. Quelli come il sottoscritto, che avevano la possibilità di andare allo stadio erano un ristretto gruppo di fortunati. Era meglio all’epoca? Peggio? Non lo so e non interessa parlarne in questa sede. Sicuramente era diverso. Noi eravamo una generazione che aspettava il “Torneo Città di Arco – Beppe Viola” ed il “Viareggio” trasmessi di pomeriggio dalla Rai come la Champions League.  Una generazione per la quale Mandressi e Minoia erano progetti di campioni e speranze per il futuro. Ricordi vividi; e infatti ancora oggi ho chiara l’immagina di una partita della Primavera in cui il capitano dei ragazzi del Milan vince il sorteggio, si gira verso il portiere e urla “Limo, che porta vuoi?”. Ricordi sbiaditi; chi era il capitano quel giorno? Zanoncelli, Stroppa o Costacurta?

Un altro mondo – Era un Milan diverso, come completamente diverso era il mondo in cui vivevamo. Vi risparmio la retorica sul Milan povero ma bello ed orgoglioso; quando lo faccio, gli evoluti mi dicono che sono antiberlusconiano e vincere i trofei degli anni successivi mi ha dato fastidio. Non hanno capito, ma la cosa non mi sorprende affatto, l’essenza del discorso. Ergo, affinché capiscano (o, almeno, se lo facciano spiegare) parlerò di uno di quei trionfi. Uno dei tanti successi che questi ragazzini distributori di fastidiose patenti di “tifoso vero” e seminatori di odio non hanno visto perché ancora ben lontani dall’essere al mondo.  24 Maggio 1989. All’interno del Camp Nou a Barcellona il Milan stabilisce un nuovo parametro di calcio. La squadra più forte di tutti i tempi (la definizione non è mia ma dell’UEFA), la squadra perfetta (è un libro di Giancarlo Dotto) prende a pugni, calcisticamente parlando, la Steaua di Bucarest. La squadra di Ceausescu è arrivata in finale rifilando sette gol allo Sparta Praga, cinque allo Spartak Mosca, cinque al Goteborg e altrettanti al Galatasaray. E’ praticamente la stessa squadra che tre anni prima ha vinto la Coppa dei Campioni contro il Barcellona. E contro di noi non vede la palla per tutta la partita.
Il mondo è già cambiato anche se l’ufficialità l’abbiamo solo sei mesi dopo. Con il muro di Berlino crolla l’idea che ha segnato in maniera importante metà del nostro pianeta. Noi vivevamo sapendo che oltre la Cortina di Ferro, che di quel muro era l’ideale estensione, una sorta di cicatrice che correva in verticale lungo tutta Europa, centinaia di testate nucleari erano puntate contro di noi. A specchio con quelle che noi avevamo puntato da quella parte. Facendo un parallelo tra sacro e profano possiamo dire che anche il calcio è già cambiato (il Milan aveva vinto il campionato l’anno precedente) ma l’ufficialità arriva quella sera quando il calcio vecchio crolla sotto i colpi di un Milan sensazionale: Giovanni Galli, Tassotti Costacurta (Filippo Galli) Baresi Maldini, Colombo Rijkaard Ancelotti Donadoni, Gullit (Virdis) VanBasten. Allenatore, Arrigo Sacchi.

Un popolo in trasferta – Non è solo la squadra ad essere straordinaria. E’ tutto il Milan ad essere fuori dagli schemi, fuori dall’ordinario. Il suo proprietario ha idee innovative e la disponibilità economica per metterle in pratica. Cambia la prospettiva da cui si guarda il calcio. Le squadre non sono (saranno) più il balocco di imprenditori affermati e nobili danarosi ma aziende che devono produrre risultati. Per produrli Silvio Berlusconi mette a disposizione tutto quello che serve: i mezzi e le idee. Alla voce mezzi ci sono i tanti campioni innestati sul telaio preesistente, un centro sportivo all’avanguardia, il marketing. Alla voce idee ci mette un “dovremo essere padroni del gioco” e un “dovremo essere più forti dell’invidia, dell’ingiustizia e della sfortuna”. Lo dice ad un popolo cresciuto con le parole del Grande Padre Kilpin (“Saremo rossi come i diavoli e neri come la paura che incuteremo ai nostri avversari”), un popolo retrocesso due volte e che ha visto lo spettro del fallimento molto vicino, un popolo defraudato per anni dal clan dei bianconeri. Lo fa perché ci crede? Lo fa perché vuole approfittare dei tifosi? Non lo sapremo forse mai ma, questo è certo, il popolo rossonero risponde da par suo. San Siro è un fortino inespugnabile sempre pieno di gente, canti e colore. Gli stadi in Italia traboccano del nostro entusiasmo e dove è possibile la stessa cosa vale anche per tutta Europa. Quella sera a Barcellona tutto il popolo rossonero vive la sua apoteosi. Centomila persone, un popolo intero riempie la capitale della Catalogna. Chiedete a Puyol e Guardiola chi tiferebbero se non esistesse il Barcellona… Certo, le condizioni sono irripetibili, oggi ci prenderemmo il 30% dei posti liberi al massimo. Ma è il punto più alto della leggenda di un popolo fenomenale, unito, coeso, imbattibile.

Oggi, la merda – Quel popolo oggi non esiste più. Il proprietario ha smesso di mettere soldi ed idee lasciando la squadra al proprio destino in mani che più sbagliate non si potrebbe. Si è proceduto alla sistematica distruzione di tutto quello che era “Milan”. Dalla maglia ai simboli, dalla squadra alla curva, dalle giovanili ai valori. E, soprattutto, il pubblico. Il popolo protagonista di quella incredibile migrazione oggi non esiste più. Anni di gianninismo spinto hanno scisso quella tifoseria in mille frammenti seguendo un piano preciso. E per il momento vittorioso. Dal giorno del “discorso degli evoluti” il mondo Milan è dilaniato dalle divisioni. Un fratello non pugnala un fratello alle spalle ma lo scioglimento della Fossa dei Leoni è li a dimostrare il contrario. La Comunicazione Rossonera contro i tifosi, un AD litiga con l’altra, gli evoluti incattiviti con tutto e tutti. Un tasso di litigiosità senza precedenti nella storia figlio della assurda convinzione di avere ragione sempre, secondo il rigoroso canone gallianesco. Twitter, come un qualunque bar dello sport (o come un qualunque pollaio pieno di galline), è solo uno degli esempi compresso in 140 caratteri.
“Bacca però non partecipa al gioco”
“Si, ma segna”
“Non è all’altezza dei più grandi”
“Puttana tua madre, povere le tue figlie”
Bloccato.

Non è roba per me – Di tutto. Ho letto, visto e sentito di tutto. I cinesi non esistono e poi c’erano. I soldi non ci sono e poi è arrivato il bonifico. Ci vuole una bandiera ma Albertini non va bene perché non è milanista (????????????), Costacurta è pigro, Maldini vuole comandare ma vanno bene Rui Costa, Bierhoff e Boban che hanno ruoli dirigenziali (e che nelle giovanili del Milan manco ci sono stati). Però quando l’APA Milan aveva proposto Maldini ed Albertini per il CdA del Milan erano stati solo applausi. Mirabelli non va bene perché è interista (forse…) ma non va bene nemmeno la bandiera milanista. Torneremo grandi e spaccheremo il culo a tutti ma a stento sappiamo chi sono gli acquirenti del Milan.
Così non va bene ma, soprattutto, così a me non piace. I cinesi non esistono? E che cazzo me ne frega? Non ci sono i milanisti… Da qui dobbiamo ricominciare perché è l’unica cosa che conta. Dobbiamo ripartire dalla ricerca di un minimo comune denominatore dell’essere milanista perché distribuire patenti di tifo non è roba da milanisti. Come non lo è essere innamorati della propria opinione più che del Milan; fare parte del “Sistema Giannino” e difenderlo aprioristicamente; insultare i tifosi solo perché esprimono la loro libera opinione. Se siete/siamo interessati a questo tipo di sforzo sapete dove trovarmi metterò a disposizione il poco che posso dare.
In caso contrario io mi limiterò a coccolare i miei ricordi vividi come la sera di Barcellona. Io non ero in Catalogna quella sera ma ricordo perfettamente cosa successe. Dal Duomo a Rovereto a piedi perché i mezzi non circolavano per colpa di una nazione, quella rossonera, completamente ebbra di gioia e riversata nelle strade della città. Ma anche quelli più lontani di un Milan povero ma bello. Ma soprattutto amato dal suo incredibile popolo.

“Limo, che porta vuoi?”

Pier

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Categoria: Comunicazione, Mondo Milan, Ricordi rossoneri

Sull'autore ()

La prima volta che sono entrato a San Siro il Milan vinceva il suo decimo scudetto. Ai miei occhi di bambino con la mano nella mano di suo nonno quello era il paradiso. Migliaia di persone in delirio, i colori accesi di una maglia meravigliosa e di un campo verde come gli smeraldi. I miei occhi sulla curva e quello striscione "Fossa dei leoni" che diceva al mondo come noi eravamo diversi dagli altri, leoni in un mondo di pecore. Da allora ogni volta, fosse allo stadio, con la radiolina incollata all'orecchio o davanti alla televisione la magia è stata sempre la stessa.