Il Codice Jesino

12 dicembre 2016 | Di | Rispondi Di più

1024px-droysens_hist_handatlas_s17_germanienSiamo nell’autunno del 1943. C’è già stato l’8 settembre e le truppe Alleate hanno già iniziato la loro lenta risalita verso la Linea Gotica. A Osimo, di fronte la villa Fontedàmo, alcuni uomini delle SS sono pronti a sfondare la porta dell’abitazione, alla ricerca di uno dei tesori più importanti per l’intero regime nazista, custodito dal conte Aurelio Baldeschi Guglielmi Balleani, il proprietario dello stabile. L’ingresso è infine violato dai nazisti, che cercano il prezioso bene in lungo e in largo, in ogni stanza, nelle soffitte, all’interno dei pensili della cucina, sotto i letti e i materassi, in ogni più angusto e inaccessibile anfratto della villa di tre piani, ma senza fortuna. Il conte aveva già provveduto a nasconderlo, evitando che potesse finire nelle loro mani e soprattutto in quelle del Führer, che già qualche anno prima aveva cercato di impadronirsene.

Quel che le truppe tedesche cercavano, ciò che Himmler e Hitler bramavano così inconsolabilmente non era, come si potrebbe intuire visti gli anni di guerra in cui si viveva, il progetto di un’arma segreta che avrebbe potuto sovvertire i destini del conflitto mondiale. Era un libro, un semplice testo, un manoscritto. Come nei migliori film di Indiana Jones si trattava di un manoscritto di origine antica – seppur non originale -, le cui parole risalivano a quasi duemila anni prima e di cui si scoprì l’esistenza solo nel XV secolo. Cercavano, ma non trovarono, il Codex Aesinas di Publio Cornelio Tacito.

Lunga e perigliosa è la storia del Codice Jesino, in origine Codex Hersfeldensis in quanto rinvenuto nel 1425 nel monastero di Hersfeld, in Germania. Esso comprendeva diverse opere, tra le quali il De origine et situ Germanorum di Tacito, unico scritto latino a carattere etnografico (in tal caso sulle popolazioni germaniche) di cui siamo a conoscenza. Il Codice di Hersfeld andò perduto, ma non prima che sempre nel XV secolo un certo Stefano Guarnieri riuscisse in parte a ricopiarlo. La stessa nuova versione, quella di Guarnieri, fu considerata per anni perduta, fino a che non spuntò all’inizio del XX secolo nella biblioteca di una delle proprietà del conte Aurelio Baldeschi Guglielmi Balleani, a Jesi, città che finì per dare il nome al nuovo codice (Jesi era celebre già allora per essere stata la città natale del Puer Apuliae, nonché Stupor Mundi, Federico II; qualche anno dopo, con la sua nascita nella cittadina marchigiana, Roberto Mancini rovinò per sempre la storia di Jesi). La storia del Codice, prima sconosciuto, poi scoperto e ricopiato, successivamente creduto perso e infine ritrovato, pare il racconto di un’opera dall’anima propria, quasi conscia di essere potenzialmente pericolosa e che per questa ragione ha più volte tentato disperatamente l’autosabotaggio. Interpretazione tanto fantasiosa quanto improbabile, ma suggestiva per chiunque pensi che i testi abbiano una propria personalità.

Perché il Codice Jesino era così importante per il regime nazista di Adolf Hitler? Basti citare la stessa opera per dare una risposta più che mai eloquente:

Ipse eorum opinionibus accedo, qui Germaniae populos nullis aliis aliarum nationum conubiis infectos propriam et sinceram et tantum sui similem gentem extitisse arbitrantur. Unde habitus quoque corporum, quamquam (?) in tanto hominum numero, idem omnibus: truces et caerulei oculi, rutilae comae, magna corpora et tantum ad impetum valida. (Germania, 4)

Io stesso sono d’accordo con le opinioni di coloro che ritengono che i popoli della Germania, non contaminati da nessuna unione con altre genti, mostrino la loro razza pura e simile solo a se stessa. Per cui anche l’aspetto dei corpi, sebbene (?) in un numero tanto grande di uomini, è lo stesso per tutti: truci occhi azzurri, capelli fulvi, corporature massicce e adatte soltanto all’attacco.

Il Codex Aesinus, nella mente di Hitler, certificava la superiorità della razza tedesca sulle altre e giustificava perciò la pulizia etnica da lui portata avanti. Non avrebbe potuto sperare di ottenere un manifesto più autorevole e nobile per la sua stessa battaglia. Di fronte alle righe scritte duemila anni prima da Tacito (tra le quali si poteva leggere anche di come l’autore ritenesse i popoli germanici poco inclini al lavoro, ma questo il Führer preferì ignorarlo) nulla e nessuno avrebbe potuto opporre la benché minima obiezione. Successe dunque, com’era inevitabile che fosse, che Hitler parlò del testo con il Duce, il quale si mostrò più che disponibile a cedere – macché cedere, donare – il reperto al suo adorato compare di mille scorribande, a patto che il suo Ministro della Cultura non avesse nulla da obiettare. Non fu però così: Giuseppe Bottai e più o meno ogni intellettuale del tempo, ben consapevoli dell’inestimabile valore del Codex Aesinus, trovarono ogni possibile motivazione più o meno credibile per rifiutare la cessione del manoscritto alla Germania nazista. Nonostante l’ovvio pericolo che avrebbe corso chiunque avesse rifiutato un desiderio a Hitler, Bottai rimase dunque fermo sulla sua posizione di diniego, e il Codice non si mosse dall’Italia. Non uscì dal Belpaese nemmeno qualche anno più tardi, quando le SS assediarono la villa di Osimo del conte Balleani, il quale ebbe la prontezza di nascondere il Codice in un fienile.

Passò la buriana, l’Italia fu liberata e l’importanza distruttiva del Codice disinnescata. La sua storia prevede però un ultimo anelito autodistruttivo. Dopo aver viaggiato nei secoli e nei millenni, dopo aver resistito all’ineffabile trascorrere del tempo, a viaggi improbabili e al Nazismo, il libro arrivò a un passo dall’essere distrutto. La famiglia Balleani decise infatti di conservarlo nel caveau nella sede fiorentina della Banca di Sicilia. Erano gli anni ’60. Nel novembre del 1966 la pioggia incessante, l’alluvione, lo straripamento dell’Arno. Così come molte altre opere di inestimabile valore artistico e culturale, anche il Codex Aesinus andò vicino alla sua definitiva scomparsa. E ancora una volta si salvò. Venne letteralmente ripescato e restaurato, ed è oggi custodito nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

Il Codice è stato definito “uno dei libri più pericolosi del mondo”, ma trovo tale definizione completamente infondata, non solo nei confronti del libro di Tacito, ma in senso lato. Dovremmo considerare pericoloso un videogioco violento in quanto potrebbe ispirare violenza? Che dire allora dei film di Tarantino? Domattina potrei svegliarmi e decidere di mozzare orecchie a destra e manca. I libri, o i film, i videogiochi e le canzoni non sono pericolosi in sé, ciò che è pericoloso è l’uso che possiamo farne o l’interpretazione che diamo di qualcosa. La considerazione potrebbe risultare banale, ma nel mondo odierno è da considerarsi quasi reazionaria, se pensiamo che alcuni testi (“Il buio oltre la siepe” e “Le avventure di Huckleberry Finn”) sono stati messi all’indice da alcune biblioteche. Alcune biblioteche statunitensi, non nordcoreane. Ma questo è un altro discorso.

Un grazie a Dino Baldi, appassionante e appassionato studioso nonché autore di Quodlibet, che al Festivaletteratura 2016 di Mantova ha raccontato la storia avventurosa e affascinante di questo e altri libri.

Fabio

P.S.: un abbraccio sentito da parte di tutta la redazione ad Alessandro Milan. Di cuore.

Tags:

Categoria: Cazzeggio

Sull'autore ()

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.