Il Grande Gioco

26 novembre 2016 | Di | Rispondi Di più

f83064866330dc85642ea6ed677d8110_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyAvete ragione, è innegabile. Le presentazioni tattiche sono in sé noiosissime – nonostante la presenza delle ricette che in parte allietano i terribili e interminabili minuti di lettura – e finanche inutili. Avete ragione anche a dire che è noioso un blog in cui si parla solo di Milan, in cui è proibito discutere del peso dei social network sull’ondata di populismo che vediamo da anni scardinare i governi mondiali o in cui è considerato un tabù dissertare della presa di Costantinopoli del 1204 da parte dei crociati veneziani, i quali tornarono infine nella Serenissima con un’enorme quantità di tesori razziati, compresi i celeberrimi quattro cavalli di bronzo custoditi nella Basilica di San Marco. Sarebbe interessante proporre un dibattito sul Meridione d’Italia e sulla sua impossibilità di tornare realmente grande se non con una seconda venuta di Federico II di Svevia (altroché i Borbone); magari potremmo anche promuovere un dibattito su una possibile uscita dall’Unione Europea, chissà. Intanto inauguro questo piccolo spazio di libertà autoaffrancatosi dallo stagnante dibattito calcistico introducendovi a una delle più affascinanti storie che si siano mai svolte su questo pianeta. Il Grande Gioco.

A chiunque abbia un minimo di confidenza con le opere di Kipling (non Kilpin) – e in particolare Kim – il Grande Gioco non può risultare una locuzione inedita. A beneficio di chi invece non ne ha mai sentito parlare passiamo però alla sua definizione: il Grande Gioco è il conflitto combattuto tra la fine del XVIII e l’inizio del XX secolo tra l’Impero Britannico e l’Impero Russo per il predominio dell’Asia Centrale, finalizzato in un caso al mantenimento del possesso dell’India e nell’altro alla conquista del subcontinente. Una sorta di Guerra Fredda ante-litteram, perché proprio come il duello tra Stati Uniti e Unione Sovietica che ha acceso la seconda metà del secolo scorso, anche durante il Grande Gioco non vi è stato un vero e proprio scontro “fisico” tra le due potenze.
Si parlava di Asia Centrale allora come trenta, venti, dieci, cinque anni fa e ancora oggi. L’Afghanistan, che ha definito lunghi tratti della politica estera di Unione Sovietica prima e Stati Uniti poi, già centosettanta anni fa era la spina nel fianco di Sua Maestà Vittoria. Se nel 1979 vi fu la crisi degli ostaggi nell’Ambasciata USA a Teheran, nel 1829 la legazione Russa della capitale dell’allora Persia fu assaltata da una folla inferocita e accecata dall’odio verso i sudditi dello Zar Nicola, che pochi mesi prima dopo una breve guerra aveva sottratto l’Armenia ai possedimenti dello Scià. Le conseguenze dell’assalto furono ben più gravi di quelle di 37 anni fa: cosacchi, rifugiati armeni, diplomatici russi e l’ambasciatore Aleksandr Griboedov vennero trucidati.

Le avventure che hanno scandito gli anni e i lustri in cui si è giocato in Asia Centrale rimangono però il motivo principale per cui una storia simile non possa rimanere di fatto sconosciuta. Generali russi e spie britanniche, spietati emiri e fedeli sipahi, gli Zar e i Primi Ministri britannici: le loro vite si intrecciano creando un romanzo organico che viene completato dal fascino dei luoghi da cui è passata la storia di quegli anni. Il fiume Oxus, le steppe e i deserti, i passi del Karakorum, dell’Himalaya e dell’Hindu Kush. Vi è “l’eroe di Herat”, il tenente del protettorato al servizio della Compagnia delle Indie Eldred Pottinger, che nella città afghana organizzò e coordinò la resistenza contro l’esercito persiano coadiuvato dai russi. Per lo Zar la conquista della città avrebbe rappresentato un passo decisivo verso l’apertura di un percorso verso l’India agevole e in pianura, senza la presenza di impervi passi montani da affrontare. La resistenza, durata dal novembre del 1837 al settembre del 1838, contribuì a mantenere lo status quo nella regione, con l’Impero della Regina Vittoria in netto predominio.

L’espansionismo russo non portò mai alla conquista dell’India, affrancatasi insieme al Pakistan dal dominio britannico solo nel 1947, ma portò comunque all’annessione di numerosi territori. Il primo a cadere fu il Caucaso, compresa la Circassia in cui per molto tempo lo scozzese David Urquhart organizzò una sorta di guerriglia contro gli invasori russi, poi fu la volta dei khanati centrasiatici di Chiva, Buchara, Merv, Samarcanda e Kokand, corrispondenti grossomodo agli attuali territori di Kirghizistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan. Molte di queste annessioni furono opera di Mikhail Chernyayev, soprannominato “il leone di Tashkent” dopo aver conquistato la città oggi capitale uzbeka in due soli giorni e nonostante una poderosa inferiorità numerica (di circa 15 a 1).

The Remnants of an Army 1879 Elizabeth Butler (Lady Butler) 1846-1933 Presented by Sir Henry Tate 1897 http://www.tate.org.uk/art/work/N01553

Remnants of an Army, 1879, Elizabeth Butler

Episodi drammatici hanno anche scandito gli anni del Grande Gioco. Su tutti la ritirata britannica dall’Afghanistan del 1842, conclusasi con la morte di circa 16.000 persone nel tragitto che andava da Kabul a Jalalabad, alcuni periti per le rigide condizioni atmosferiche lungo i passi di montagna, ma la maggioranza uccisi dagli uomini di Akbar Khan, figlio di Dost Mohammed, il sovrano afghano che gli inglesi avevano destituito e rimpiazzato con un uomo a loro fedele, Shah Shujah. Solo il Dottor William Brydon giunse a destinazione, colpendo a tal punto l’opinione pubblica in patria da ispirare il dipinto Remnants of an Army di Lady Butler. O come le migliaia di vite di soldati russi spezzate dal freddo lungo il cammino tra Orenburg e Chiva, e quelle di semplici carovanieri e cartografi che rappresentavano le minime seppur indispensabili figure che hanno permesso al Grande Gioco di prosperare.

E ora, dopo tutto questo digredire, potete ricominciare a parlare di Campopiano, del referendum, di Trump e di di chi si cela dietro Gauro Puma. Nel frattempo, se permettete la conclusione, vi lascio con il consiglio di leggere “Il Grande Gioco”, di Peter Hopkirk. È decisamente meglio di Milan News, che ci crediate o meno.

P.S.: la città di Abbottabad, dove fu stanato e infine giustiziato Osama bin Laden, prende il nome da James Abbott, generale inglese al servizio di Sua Maestà durante gli anni del Grande Gioco, a dimostrazione di come la Storia sia ciclica e finisca sempre col rincorrere se stessa.

Fabio

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Categoria: Cazzeggio

Sull'autore ()

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.